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I castelli di Yale

lunedì, marzo 19th, 2012

Pubblicato il 07/03/12 su AiapZine. [text, images] Fabrizio M. Rossi, Italy

Progettare consapevolmente significa aver chiari gli obiettivi, le cause e le conseguenze del proprio agire, così come le linee storiche in cui l’azione progettuale si inserisce e molto altro ancora. Non sempre tale chiarezza responsabile è a portata di mano, soprattutto in un presente dominato da procedure tecnologiche molto esigenti e in costante movimento, tali da rischiare di far perdere la ragione stessa dell’agire progettuale. Un confronto adeguato con il pensiero filosofico, nelle sue varie forme e modulazioni, può offrire spunti di consapevolezza a chi pratica le “discipline del progetto”.

La rivista di studi filosofici “I castelli di Yale” si segnala per l’interesse dei temi trattati e lo spessore degli interventi, raccogliendo da anni, tra l’altro, gli atti del convegno che la Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Ferrara organizza ogni anno. Il numero del 2009, per esempio, ha per tema «l’infinita varietà del gusto: filosofia, arte e storia di un’idea dal medioevo all’età moderna», presupposto fondamentale per comprendere le dinamiche del gusto nel nostro presente e le scelte che quotidianamente compiamo in base a esse, spesso ben poco consapevolmente.

Ho trovato irresistibile la spiegazione che la rivista offre della scelta del proprio nome. “I castelli di Yale” sono infatti, al tempo stesso, una parabola cruda sull’ingrato mestiere del traduttore – poco riconosciuto quando fa bene, esposto al pubblico ludibrio quando scivola su una svista, come in questo caso – e sul potere delle parole, capaci tanto di generare mondi paralleli (non privi di un loro inquietante fascino) quanto di influire sulla realtà.

«“… come i castelli di Yale, che si distinguono fra loro per frazioni di millimetro.”
M. Horkheimer e Th.W. Adorno: La dialettica dell’Illuminismo (1947), trad. it. Einaudi, Torino 1966; rist. 1976, p. 166.
I castelli di Yale, diversi l’uno dall’altro solo per frazioni di millimetro, sono edifici dalle caratteristiche davvero singolari. Come si legge appena prima del passo citato, essi sono addirittura prodotti in serie. In realtà queste strane costruzioni – che il lettore immagina far corona al campus della Yale University – devono la loro precaria esistenza ai curatori dell’edizione italiana dell’opera di Horkheimer e Adorno. Nell’originale tedesco esse sono, assai più prosaicamente, “die Yaleschlösser”, ovvero le serrature Yale.
I castelli di Yale – materializzazioni di una svista, parenti postmoderni di altre costruzioni metaforiche tradizionalmente frequentate dalla teoria filosofica, come i castelli di Spagna, i castelli in aria e i castelli di carte – ci sono sembrati offrire un titolo adatto per una rivista di filosofia.»

La frase completa, con la svista del traduttore, è questa: «Proprio l’ostinato mutismo o i modi eletti dell’individuo ogni volta esposto sono prodotti in serie come i castelli di Yale, che si distinguono fra loro per frazioni di millimetro» (Gerade die trotzige Verschlossenheit oder das gewälte Auftreten des je ausgestellten Individuums werden serienweise hergestellt wie die Yaleschlösser, die sich nach Bruchteilen von Millimetern unterscheiden), come ricorda Marco Bertozzi nel sito “Engramma” [vedi sotto], ricostruendo con dovizia di particolari sia le vicende editoriali tedesche e italiane del celebre testo di Horkheimer e Adorno sia la nascita della rivista di studi filosofici.

Nell’edizione italiana della Biblioteca Einaudi del 1997 i “castelli di Yale” diventano “le chiavi di Yale”, facendo un passettino – anche se non definitivo – verso le prosaicissime “serrature Yale” dell’originale.

Per approfondimenti:
“I castelli di Yale”
“Engramma”
“Progetto grafico” n. 10 (giugno 2007), apertura: Filosofia, progetto, consapevolezza